Casinina, 29 luglio 2010
Racconto questa storia perché penso sia degna di passare agli annali. Il suo fulcro cade il 18 marzo 1990. Questo aneddoto io non lo conosco, è una parte fondamentale della storia di qualcuno, ma egli non ne ha ricordo.
“Cos’è questa pallina sotto al braccio?”
“E’ solamente un sipario Ciro
Per il quale non basterà aver coraggio”
Recitava una canzone:
Giro giro tondo
non casca il mondo
non casca la terra
casca solo il mio papà
e chi mai lo rivedrà
C’èra un uomo, C, s’una varchetiella in mezz’o mare. Era felice, perché sapeva vivere la vita. Aveva riccioli neri e gli occhi verdi. Il vino bianco gli piaceva gelato, ed agli amici sapeva dire “Vo’ fa ‘a strunzata? E falla…ca poi mettimm ‘e cose a posto, nun te preoccupà.”
Disse una volta:
“Voglio un figlio”
“E lo avrai”
“Sì, ma io lo voglio per un po’ di tempo. Abbastanza perché mi chiami papà, il tempo che si ricordi l’odore della mia pelle, il tempo pe’ vederlo ‘na volta recitare”
“Ah…eh, e già questo è un po’più difficile. Non penso…però magari per i primi passi…”
“Sì…” rispose C “ma lui i sui primi passi mica se li ricorderà…”
“Cos’è questa pallina sotto al braccio?”
“E’ solamente un sipario Ciro
Per il quale non basterà aver coraggio”
Una volta C disse alla madre
“Comprami una vestaglia mammà. Comprami una bella vestaglia, perché ne ho bisogno. Ho capito che la mia vita adesso sarà questa: ospedali. Tanti opsedali, ci dovrò passare tanto tempo. La mia vita sarà questa, comprami una bella vestaglia perché ne ho bisogno”
Però poi C non ne ha avuto tutto questo bisogno. Quella vestaglia da qualche parte esiste ancora, ed è quasi nuova.
C era in ospedale, dopo un operazione. Lo avevano messo in una stanza doppia. Al suo fianco c’èra un uomo anziano, un vecchio che non aveva un cazzo, ma continuava a lamentarsi. C invece non si lamentava mai, era sereno.
Un giorno il vecchio esasperato gli chiese:
“Guagliò, ma tu comm’ cazz faje ad essere accussì tranquillo? Ad avere tanta fede?!”
“Signore” rispose C “ma voi losapete che io a casa c’ho una moglie e un figlio? Io devo vivere. Devo, semplicemente.”
“Cos’è questa pallina sotto al braccio?”
“E’ solamente un sipario Ciro
Per il quale non basterà aver coraggio”
E’ stato un mattino. C aveva gli occhi verdi praticamente consumati. Al suo fianco c’erano il suo miglior amico, M, la donna amata, O, e la chemio attaccata.
E’ stato un mattino che fuori c’era il sole, ed al sorgere dell’uno l’altro tramontava.
M quel giorno tornò a casa con ancora negl’occhi gli occhi verdi di C. Passando per il cortile bianco bianco sentì miagolare. La gatta che lui e C avevano raccolto dalla strada. Era malconcia, ferita, ma loro l’avevano curata. Quella gatta in quel mattino aveva fatto i cuccioli, ed ora miagolavano con lei.
Aneddoto. Date:
D viene concepito in una notte d’amore del marzo 1988
Due mesi dopo C si ammala
“Cos’è questa pallina sotto al braccio?”
“E’ solamente un sarcoma Ciro
Per il quale non basterà aver coraggio”
La pancia di O cresceva, e con lei cresceva anche la pallina, divorando C dall’interno.
D nasce il 18 novembre 1988, mattino presto
C muore il 18 marzo 1990, mattino presto, facendo così in tempo a vedere i primi passi di D, come da promessa.
D era un bambino perspicace, al ritorno di O a casa disse solamente “Papà…puff” alzando le braccia al cielo “Papà…puff”
D sapeva disegnare, aveva tanta fantasia. Qualche anno dopo creò delle figurine di cartone. Ce n’era una piccola piccola, D, davanti, e subito al suo fianco O, con i capelli biondi. Dietro di loro, a suonare un pianoforte, S, ed ancora più dietro ad ondeggiare in aria sorretto da una linguetta di cartone C, vestito d’azzurro.
D sapeva che non era colpa di C.
Sapeva che C non aveva voluto, non aveva potuto.
Lo sapeva, e non voleva avercela con lui.
Ma ce l’aveva con lui.
D era incazzato nero con C perché se n’era andato, perché lo aveva lasciato lì da solo.
D si ripeteva
“Padre, Pàter, Patèr, Pitàr, Papà, Papà…”
Gli faceva strano avere una parola da cancellare dal dizionario, una parola che non tanto non gli serviva più perché non ci poteva più chiamare nessuno. Un’intera vita, giorni, mesi, anni, con una parola in tasca ed addosso della quale non ti fai un cazzo.
D crebbe. Continuò a disegnare. Imparò a scrivere poesie, e tra queste ce n’era una che recitava:
Donerei le miglia che sospiravi
per un ultimo solo breve passo,
sì che i miei inutili capelli
sfumino nella meraviglia bruna
di quei fiori che ti furon strappati.
Perchè dormi s'un letto che mi spetta
tra pietre famiglie e luci stanche?
Eran le mie bimbe carni inette
il pasto destinato a quel marzo
carnefice di radici e speme,
a quella primavera malaccorta
che per un vuoto acino sterile
recise adorata una vite.
NON OMNIS MORIAR
NON OMNIS MORIAR
NON OMNIS MORIAR
Ho raccontato questa storia di cui non ho ricordo, perché penso sia degna di passare agli annali.




1 commenti:
Grazie D per il tuo coraggio e la tua forza e per averci raccontato la tua storia che ora è negli annali della Storia insieme ad altre mille e mille e mille e mille e mille e mille ...
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