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Le mie foto
Paz diceva di aver creduto di essere un genio, ma di essersi accorto di essere solo un fesso. Io un fesso mi ci sento spesso.

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15.5.12

Fisso l'onda crescere all'orizzonte.
Maldestro contro il malessere
tento timidi tentativi di schermo,
appresto difese difettose
conscio che presto il travolgimento.
L'onda divota volti sorrisi
mani bianche dai riccioli profumati
camicie stirate righine azzurre
due elefantini ed un peluche.
Lascia un bimbo in piedi
fisso a fissare l'onda crescere
che per motivi di tempo breve
non gli si è insegnato il camminare.

...

15.12.11

nella tempesta

L'oceano uno sbeffeggiare di flutti salati
la nave s'inclina
il ponte s'incrina
l'albero si spezza
ma le vele! amore amore!
le vele sorridono e gridano al vento
una filastrocca di rime dolci.

Il viaggio è lungi dal termine
il viaggio inizia ora,
ogni momento

9.12.11

Nudi

come in una macchina incastrata nel freddo
all'arrendersi di sessi tiepidi e pudici
un mancato regalo di lacrime e sussulti

erga pater et erga luctum
erga amorem et erga morbum
erga risum et erga fletum
erga te, et erga me, et erga nos

siamo nudi
davanti a una vita nuda
con la nostra nuda vita

ridi e piangi amore amore
dell'essere tremendamente disarmata
ridi e piangi amata
della bandiera che sventola il dolore
ridi e piangi, ridi e piangi, ridi e piangi

nei tuoi iridi
il riflesso
d'una fragilità divina

5.2.11

La ballata dei capelli

Monologo per sole ciocche

Riccioli ubriachi di salsedine
alla fine eravam solo capelli,
stesi al vento gridammo alla vita
sparsi sul cuscino giurammo vendetta.
Soldati ricurvi nella disdetta
annichiliti dal lampo d'una bomba
profumo e fumo di chemio e morfina.

A tua figlia regala un peluche
per quando non sarai più
ch'abbia qualcosa da accarezzare
quando la chioma di papà verrà a mancare.

Riccioli amanti sempre amati
alla fine eravam solo capelli,
c'uccisero a manciate un mattino
plotone silenzioso e repentino,
zingari, comunisti e un po' froci
capelli troppo ebrei per la vita
l'ora della doccia è già finita.

A tua figlia regala un peluche
per quando non sarai più
che soffochi il senso di colpa
per aver mandato papà alla forca.

Riccioli neri come la nuova alba
alla fine eravam solo capelli,
alla tomba consegnammo la tua cute calva
morti precoci d'una sorte beffarda
seppellitti in fretta dentro un cestino,
non t'accompagneremo nell'ultime ore
danzeremo già nell'inceneritore.

A tua figlia regala un peluche
per quando non sarai più
qualcuno da guardar negl'occhi di vetro
chè senza papà il mondo è un po' tetro.

Riccioi non più di padre mai di figlio
alla fine, siam solo capelli
e non sappiam raccontare una storia
che una fine ha avuto e non un inizio.
Nessun pettegolezzo da parrucchiere
prego, abbiam solo canto roco
seza capo nè coda, nè radice nè punta.

A tua figlia regala un peluche
per quando non sarai più
chè senza capelli a drizzarsi in testa
come le dirai che ti fa paura quel che resta?

21.12.10

Vesto la solitudine del lutto

Vesto la solitudine del lutto
su questa malconcia anima di pelle,
fu l'abito d'un bambino distrutto
nel tendersi ad una vita ribelle.
Vesto la solitudine del lutto
e scaldami no il fuoco della spiaggia
nè un volto di donna che boccheggia
ne stringermi il core stretto un abbraccio.
Vesto la solitudine del lutto
e la vesto da sol come un segreto,
un bisbiglio sussurrato all'alba
com' il ricordod'un sogno spezzato.

25.10.10

Appunti di monologo

(Parte la musica da un mangianastri a tracolla.
Ingresso.
Momenti per la coreografia: abbandono di casa, autostop, ubriachezza, convulsioni, amore, violenza, fellatio, sputo.)

Faber - Vuoi davvero lasciare ai tuoi occhi solo i sogni che non fanno svegliare?
Tom - Sì vostro onore, ma li voglio più grandi
Faber - C’è qui un posto, lo ha lasciato tuo padre. Non dovrai che restare sul ponte e guardare le altre navi passare, le più piccole dirigile al fiume, le più grandi sanno già dove andare

Tom - (cantato) Così son diventato mio padre, ucciso in un sogno precedente, il tribunale mi ha dato fiducia, assoluzione e delitto lo stesso movente

Ciao sorellina dallo sguardo zoppo,
ciao sorellina in vetro,
qui Tom, da un luogo molto più lontano della luna, ché è il tempo la linea più lunga tra due punti
qui Tom, da un luogo più buio della notte, ché il sole l’hanno ammazzato dopo l’ultimo tramonto, e non credo si ripresenterà all’alba
qui Tom, a disegnarti il percorso di questo viaggio assurdo, che senza toccare una meta è giunto al termine.

Primo intermezzo:
(dal fondo, di spalle, raccoglie il rossetto e se lo mette.)

Amanda - Tummasin, Tummasì, scetati, song e’sett
Tummasin, Tummasì core e’mamma, scetati, song e’sett
Ja, ca soreta è già asciuta a t’accattà o burro pe te fa fà colazione,
scinn bell’e mammà, ch’o magazzin non aspetta a te.
E mangia qualche cosa bell’è mammà toja. O vulisse nu poc e’semolino. Nu tarallin o’burro? Nu poco e’panna into o’cafè? Nun po’ ire a faticà tutta a journata co’stommaco vuoto! No, no! Ia mangià qualcosa, Tummasì. Da cca nun esci si nun mangi…mangia! Mangia t’agg’ritt, mangia!

(Schiaffo. Il boccone va di traverso. Principio di vomito. Il rossetto ora macchia la faccia.)

Tom - Lasciai St. Louis, discesi per l’ultima volta i gradini di quella scaletta.
Una fuga? No…io non volevo abbandonarti Laura, non volevo abbandonare nemmeno lei credo, è solo…ero stanco del cinematografo. Notte su notte, ora su ora, a spulciare la celluloide, a cercare tra quei volti montati su trench inumiditi: Gable, Bogart, Grant…non importa. Sotto ogni cappello a falda larga, tra il fumo di ogni sigaretta, io vedevo un solo volto, il suo.

Te lo ricordi, sorrideva nella foto.
Sedici anni. Sedici anni a sorridere senza dire nulla. Sedici anni senza una spiegazione che non fosse una cartolina “Salve – Addio”

In quei volti in bianco e nero io rivedevo i suoi occhi che mi suggerivano una vita a colori.
L’avventura.

(Il registratore diventa lo zainetto di un bambino.)

(cantato) Daddy has flown, across the ocean, leaving just a memory. A snapshot in the family album. Daddy what else did you leave for me? Daddy what you leave behind for me?!

Non è stata una fuga, Laura
ma la necessità di un inseguimento.
Viaggiai e viaggiai. Le città sfioravano come foglie morte, foglie dai colori vivaci ma avulse dal ramo. Avrei voluto fermarmi, ma qualcosa mi perseguitava.
Un altro passo, uno ancora
La vita è breve, l’uomo è cacciatore, e saremo per troppo tempo morti
Un altro passo, uno ancora
Cercando di riprendere in moto quello che era perduto in spazio
Un altro gradino, uno ancora
Ma prima di accorgermene avevo già disceso scalinate e scalinate, giù, a picco, verso il buco del culo del mondo, dove il riflesso su un pezzo di vetro diventa così luminoso da illuderti sia una stella.

(Crollo a terra. Si raccoglie il rossetto, si dipingono le labbra, si disegnano due lacrime stilizzate.)
Secondo intermezzo:

Amanda - Tummasì, Tummasin…Avimm fa tutto pe ce tenè su, vivimme nu tiemp accussì cumplicat, avimm’ aiutarci, l’un l’altro. E creature mere nun song comm l’altre. Te creri can nun ‘o saccio? U saccio… e song’ accussì orgogliosa, felice…e saccio c’agg’essere grata o’Peteterno. Ma pruomettem na cosa Tummasì: giura can nun te darai maje o’bere.

(Il rossetto spalmato a disegnare un sorriso.)

T.W. - Rivolgendosi con un sorriso
Tom - Non mi darò mai al bere, mamma
T. W. - Cazzata!

(Schiaffo. Caduta. Arrampicata.)

Tom - Perde in partenza chi insegue l’ideale.
Ho inseguito la leggenda, la leggenda dietro la foto, oltre la cartolina, nascosta nell’eterno sorriso di quella blusa marinara. Questa era l’avventura. La mia vita sempre un passo indietro dall’ideale, sempre un passo indietro da dove l’avrei voluta. E correre, correre, sempre en avant, nel tentativo di afferrare l’inafferrabile, d’incontrare quella figura sperata e mai conosciuta.
Volevo essere lui! (salto)
Volevo essere lui! (salto)
Volevo essere lui! (salto, crollo, abbandono)
Volevo essere lui…tratteggiato in ogni particolare come nei sogni fatti sotto gli strati di frustrazione e odore di colla da scarpe.

Ma mi sono perso, sorellina.
La vita ti violenta quando provi a batterla in velocità
La vita ti violenta quando provi a batterla in immaginazione (via la maglia, ferite su tutto il corpo)
Se provi a fotterla lei stringe le chiappe, e intrappolatoti così tra la morsa delle sue natiche ti porta a spasso, ti porta dove vuole, e quanto in fondo vuole.

Ho fatto cose orribili
Mi sono fottuto la feccia delle rovine
di un impero
Mi sono fottuto la polvere e l’
orribile regina
Toccando angoli di bar, di porti, di donne
Toccando angoli di bar, do porti, di uomini

Sono vivo. Sto morendo

A New Orleans nell’inverso del ’39 c’erano tre prostitute di sesso maschile. Uno era un ragazzo sui diciassette, meritevole tutt’al più di un’occhiata di sfuggita, l’altro ero io; ma il maggiore era un giovane indimenticabile, campione dei medio massimi della flotta del Pacifico, prima di perdere un braccio. Una statua mutila d’Apollo, della pietra aveva l’impassibilità ed il distacco. Il suo sguardo schiudeva una Divina Indifferenza che non era voluta né sgarbata né vanesia, ma semplicemente radicata in una genuina mancanza d’interesse.
Io ero quotidianamente infradiciato da quello che facevo, sporcizia che non lascia segni sulla pelle, ma in ogni parete interna. Sporcizia corrosiva ed appiccicosa di cui mi colmavo ogni giorno, ogni giorno a ripetermi che la misura di quel dolore era colma, ogni giorno a stupirmi scoprendo che ce ne stava ancora un po’, ancora un po’. Mentre lui, lui era impossibilitato a macchiarsi, la sua vita non lasciava ulteriori tracce nei suoi occhi, come se gli avesse già dato tutto, e tutto quello che gli aveva dato era un braccio di meno.
Una gamba di meno.
Un braccio di meno.
Una gamba di meno, sorellina.
Forse se avessero dato anche a me qualcosa in meno… Avevo due gambe che fremevano al pensiero di come è breve la vita. Forse, sarebbe andata diversamente.

Sono vivo. Sto morendo

(La maglia copre il volto, alla cieca, buio.)

La mia anima l’ho stesa come una vela contro un vento troppo forte, scaraventata nella bufera dei desideri, delle aspirazioni, delle paure, nella speranza che mi avrebbe condotto molto più lontano di lontano. Ma la vela era leggera, ad ogni bordata si lacerò. Ad ogni strappo un grido di dolore, senza mai un filo di voce.

(La maglia lanciata come un cilindro.)

E non scrivo più poesie
Shakespeare è morto a Detroit
Perché non aveva più scatole di scarpe

Sono vivo. Sto morendo?

Il mio letto è un barile di catrame. Vi resterò impeciato. Non so se riuscirei ancora a staccarmene. Sono troppo stanco. E’ l’unica risposta che so dare? Desidero soltanto starmene qui sdraiato a pensare a quel che è stato?
Mi sto decomponendo, strisciare dei vermi sull’anima. Il verme scava, il verme divora, il verme…trasforma. Ma c’è odore di riscatto, di redenzione, di rinascita in tutto questo. C’è profumo di possibilità. Una possibilità che voglio darmi.

Sto morendo. Forse. Ma sono ancora vivo, sorellina
E adesso basta inseguimenti, basta fotografie, basta cartoline.
Addio papà, oggi sei morto, ma io vivo ancora.
Stenderò un braccio, traccerò un cerchio attorno a me stesso, oltre il cerchio vedrò il mio limite, dentro il cerchio scoprirò qualcuno che vale la pena incontrare.

A presto, sorellina di cristallo
qui Tom, con le mani immerse nella terribile materia della vita, e la viva intenzione di modellarla

(Musica, Canzone del padre, piano solo)

“Vostro onore sei un figlio di troia,
mi sveglio ancora, e mi sveglio sudato
ora aspettami fuori dal sogno,
ci vedremo davvero,
io ricomincio da capo.”

(Tre autostop. Fermo. Corsa e uscita)

29.8.10

La mia anima l'ho svenduta

La mia anima l'ho svenduta per poco,
era nei tuoi occhi durante il pianto
era nelle poesie che non hai letto
nel muto ascoltare i tuoi silenzi.

L'ho svenduta, ed ora sono stanco,
com'un mozzicone abbandonato
come il fondo d'un bicchiere di vino
come l'odore di terra bruciata.

20 agosto 2010

28.8.10

Una Notte

Un fumetto troppo rapido per risultare decente, troppo esasperato. Ma necessario. Non c'era tempo per disegnare, o per pensare a parole migliori, lo si doveva finire, e finire in fretta.


(Cliccare per ingrandire)

13.8.10

Nelle mie speranze

Era nelle mie speranze un lago
dalle vive onde multicolori
e il suo orizzonte si perdeva vago.

Nelle sue acque immersi i miei dolori
perchè si sciogliessero in quelle tinte
i grigi dei quotidiani malori.

Ma fu un sollievo d'immagini finte.
Invisibile ignota una mano
staccò un tappo perso tra le conchiglie.

Svanisce il lago d'incanto sovrano
resa bianca scrostata superficie
d'un lavabo dal volto disumano.

1.8.10

Straniamento

Casinina, 29 luglio 2010

Racconto questa storia perché penso sia degna di passare agli annali. Il suo fulcro cade il 18 marzo 1990. Questo aneddoto io non lo conosco, è una parte fondamentale della storia di qualcuno, ma egli non ne ha ricordo.

“Cos’è questa pallina sotto al braccio?”
“E’ solamente un sipario Ciro
Per il quale non basterà aver coraggio”


Recitava una canzone:
Giro giro tondo
non casca il mondo
non casca la terra
casca solo il mio papà
e chi mai lo rivedrà


C’èra un uomo, C, s’una varchetiella in mezz’o mare. Era felice, perché sapeva vivere la vita. Aveva riccioli neri e gli occhi verdi. Il vino bianco gli piaceva gelato, ed agli amici sapeva dire “Vo’ fa ‘a strunzata? E falla…ca poi mettimm ‘e cose a posto, nun te preoccupà.”

Disse una volta:
“Voglio un figlio”
“E lo avrai”
“Sì, ma io lo voglio per un po’ di tempo. Abbastanza perché mi chiami papà, il tempo che si ricordi l’odore della mia pelle, il tempo pe’ vederlo ‘na volta recitare”
“Ah…eh, e già questo è un po’più difficile. Non penso…però magari per i primi passi…”
“Sì…” rispose C “ma lui i sui primi passi mica se li ricorderà…”

“Cos’è questa pallina sotto al braccio?”
“E’ solamente un sipario Ciro
Per il quale non basterà aver coraggio”


Una volta C disse alla madre
“Comprami una vestaglia mammà. Comprami una bella vestaglia, perché ne ho bisogno. Ho capito che la mia vita adesso sarà questa: ospedali. Tanti opsedali, ci dovrò passare tanto tempo. La mia vita sarà questa, comprami una bella vestaglia perché ne ho bisogno”
Però poi C non ne ha avuto tutto questo bisogno. Quella vestaglia da qualche parte esiste ancora, ed è quasi nuova.

C era in ospedale, dopo un operazione. Lo avevano messo in una stanza doppia. Al suo fianco c’èra un uomo anziano, un vecchio che non aveva un cazzo, ma continuava a lamentarsi. C invece non si lamentava mai, era sereno.
Un giorno il vecchio esasperato gli chiese:
“Guagliò, ma tu comm’ cazz faje ad essere accussì tranquillo? Ad avere tanta fede?!”
“Signore” rispose C “ma voi losapete che io a casa c’ho una moglie e un figlio? Io devo vivere. Devo, semplicemente.”

“Cos’è questa pallina sotto al braccio?”
“E’ solamente un sipario Ciro
Per il quale non basterà aver coraggio”


E’ stato un mattino. C aveva gli occhi verdi praticamente consumati. Al suo fianco c’erano il suo miglior amico, M, la donna amata, O, e la chemio attaccata.
E’ stato un mattino che fuori c’era il sole, ed al sorgere dell’uno l’altro tramontava.

M quel giorno tornò a casa con ancora negl’occhi gli occhi verdi di C. Passando per il cortile bianco bianco sentì miagolare. La gatta che lui e C avevano raccolto dalla strada. Era malconcia, ferita, ma loro l’avevano curata. Quella gatta in quel mattino aveva fatto i cuccioli, ed ora miagolavano con lei.


Aneddoto. Date:

D viene concepito in una notte d’amore del marzo 1988
Due mesi dopo C si ammala

“Cos’è questa pallina sotto al braccio?”
“E’ solamente un sarcoma Ciro
Per il quale non basterà aver coraggio”

La pancia di O cresceva, e con lei cresceva anche la pallina, divorando C dall’interno.

D nasce il 18 novembre 1988, mattino presto
C muore il 18 marzo 1990, mattino presto, facendo così in tempo a vedere i primi passi di D, come da promessa.


D era un bambino perspicace, al ritorno di O a casa disse solamente “Papà…puff” alzando le braccia al cielo “Papà…puff”

D sapeva disegnare, aveva tanta fantasia. Qualche anno dopo creò delle figurine di cartone. Ce n’era una piccola piccola, D, davanti, e subito al suo fianco O, con i capelli biondi. Dietro di loro, a suonare un pianoforte, S, ed ancora più dietro ad ondeggiare in aria sorretto da una linguetta di cartone C, vestito d’azzurro.

D sapeva che non era colpa di C.
Sapeva che C non aveva voluto, non aveva potuto.
Lo sapeva, e non voleva avercela con lui.
Ma ce l’aveva con lui.
D era incazzato nero con C perché se n’era andato, perché lo aveva lasciato lì da solo.

D si ripeteva
“Padre, Pàter, Patèr, Pitàr, Papà, Papà…”
Gli faceva strano avere una parola da cancellare dal dizionario, una parola che non tanto non gli serviva più perché non ci poteva più chiamare nessuno. Un’intera vita, giorni, mesi, anni, con una parola in tasca ed addosso della quale non ti fai un cazzo.

D crebbe. Continuò a disegnare. Imparò a scrivere poesie, e tra queste ce n’era una che recitava:

Donerei le miglia che sospiravi
per un ultimo solo breve passo,
sì che i miei inutili capelli
sfumino nella meraviglia bruna
di quei fiori che ti furon strappati.
Perchè dormi s'un letto che mi spetta
tra pietre famiglie e luci stanche?
Eran le mie bimbe carni inette
il pasto destinato a quel marzo
carnefice di radici e speme,
a quella primavera malaccorta
che per un vuoto acino sterile
recise adorata una vite.


NON OMNIS MORIAR
NON OMNIS MORIAR
NON OMNIS MORIAR


Ho raccontato questa storia di cui non ho ricordo, perché penso sia degna di passare agli annali.